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DOMENICA 9 APRILE 2006



Un sorso di vino per migliorare l’Italia

“Gli italiani sposano l’idea e poi la lasciano con la scusa che non ha fatto figli”
Leo Longanesi


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Domenico De Masi

Venti anni fa alcune persone morirono per intossicazione da vino sofisticato con metanolo. I produttori italiani sarebbero rimasti per sempre esclusi dal mercato vinicolo internazionale se non avessero imparato rapidamente questa drammatica lezione e non fossero riusciti a trasformare la disgrazia in volontà di rinascità. Dopo quello scandalo, essi hanno saputo realizzare una mutazione rivoluzionaria che potrebbe fare da esempio per tanti altri settori: dal turismo allo sport e alla cultura. Il settore vinicolo ha capito che il nocciolo degli affari non consiste nella quantità, ma nella qualità della produzione. Per ottenere questo risultato, accanto al recupero delle migliori metodologie tradizionali, sono state introdotte moderne tecniche scientifiche e nuove leve di specializzati in enologia; è stato ridotto del 68% l’impiego di agrofarmaci di natura chimica; sono stati recuperati centinaia di vitigni autoctoni da tempo abbandonati; le aziende hanno realizzato profonde trasformazioni organizzative; è stato promosso l’enoturismo fino a raggiungere gli attuali 4 millioni di visitatori l’anno; sono stati fatti investimenti sempre piu’ oculati, anche con l’impiego di fondi europei. Con umiltà, i nostri produttori di vino hanno imparato la lezione francese; hanno rinunziato alle rassicuranti abitudini erediate dalla tradizione; hanno rischiato con coraggio investendo nel tempo giusto e nella misura giusta; hanno affidato le loro scelte a enologi di grande professionalità; hanno affrontato i mercati esteri; hanno investito nel ricerca, nel design e nella publicità; hanno curato il marketing e il merchandising; hanno creato consorzi, cooperative, network e centri espositivi; hanno pubblicato cataloghi, libri e riviste; hanno creato relais con gastronomia e cultura.
Ed ecco i sorprendenti risultati: in venti anni la nostra produzione di vino è diminuita del 37% ma il suo fatturato è aumentato del 260% raggiungendo i 9 miliardi di euro. Quanto alle esportazioni, esse sono lievitate del 250% poendo l’Italia al primo posto tra tutti i Paesi esportatori di vino. Intanto la percentuale dei vini Doc e Docg è raddoppiata, raggiungendo il 58% del totale.
I nostri produttori hanno dunque capito che, per aumentare i guadagni, non occorre produrre piu’ vino di qualità sempre peggiore, ma meno vino di qualità sempre migliore.
Ciò consente di incrementare i profitti, migliorare la cultura del settore, raffinarne l’immagine e la sostanza, trasformare il prodotto in sistema-prodotto, capace di trainare la gastronomia, la ristorazione, persino la letteratura, la musica, il turismo.
Anche nel turismo occorrebbe apprendere umilmente dai casi eccelenti; rinnovare impianti e abitudini; investire tempestivamente e nella giusta misura; affidarsi ai migliori esperti; attirare stranieri e italiani di qualità; investire nella ricerca, nel marketing e nell’estetica; creare catene e relais; agganciarsi ai grandi eventi culturali e promuoverli; dare vita a una publicistica di alta classe estetica e di grande affibilità scientifica; eliminare le attrattive vistose, volgari, a basso prezzo, fatte per richiamare il turismo di massa, e realizzare strutture, servizi, proposte, eventi sempre piu’ eccelenti sotto il profilo dell’efficenza e della raffinatezza. Non sono i prezzi che vanno ridotti: è la qualità dell’offerta che va elevata. Alla formula Doc e Docg adottata nel settore vinicolo, occorrerebbe far corrispondere la formula Toc e Tocg: Turismo di Organizzazione Controllata e Garantita, individuandone i parametri e facendo rispettare con severità. Sulla qualità, piuttosto che sulla quantità, dovrebbero puntare anche le nostre scuole, i nostri ospedali, i nostri servizi pubblici e privati, le nostre aziende manifatturiere, la nostra produzione culturale, in modo da offrire un’immagine complessiva di estrema raffinatezza e serietà. Da una recente indagine sul livello di prestigio che l’Italia raggiunge nel mondo, risulta che esso sta calando dovunque, tranne che in Polonia, Russia e Brasile. I Paesi che ci disprezzano sono soliti tirare in ballo quattro capi d’acusa che iniziano con una “M”: mandolino, mamma, melodramma e mafia. Quelli che ci apprezzano, ribattono con otto “effe”: food, fashion, furniture, football, family, friends, Ferrero, Ferrari. Il mio amico Peppe Severgini, che si diletta in chesti giochi di parole, quando è in vena di ottimismo afferma che il nostro Dna è segnato da sei “G” )genio, gusto, grinta, gioia, gentilezza, generosità); quando è in vena di moderato pessimismo, propende per otto “I” (inaffidabilità, intelligenza, inciucio, intuizione, improvvisazione, isterismo, ideologia, immobilismo). Per deformazione sociologica, io sono portato a vedere la compresenza di tratti negativi (individualismo, inaffidabilità, approssimazione, disorganizzazione, illegalità) e tratti positivi (estetica, fantasia, senso di tempo, convivialità, qualità di vita). Per deformazione campanilistica, spero che i secondi prevalgano nettamente sui primi e che si riesca finalmente a guarire dalla nostra cattiva abitudine di intraprendere sempre nuove iniziative senza portare a termine quelle già iniziate. Con la nostra polifonica creatività potremo conservare un posto di prestigio nel contesto internazionale, restando in quel G8 che raccoglie i Paesi più importanti del mondo. Con la nostra sensibilità estetica e umano potremo realizzare la nostra naturale propensione verso la solidarietà, la sensualità, l’allegria e l’estroversione.

Domenico De Masi


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