O gusto, (…) padre e creatore delle belle arti,
dirigi la mia ragione, anima la mia fantasia,
acciocché, scrivendo io del gusto, non ne scriva senza gusto alcuno.
Mario Pagano
Con la rottura della nozione classica di arte, ormai frantumatasi a partire dalla fine del secolo in una miriade di differenti modalità espressive, il quadro culturale si è venuto sempre più caratterizzando per la molteplicità delle mode e delle scelte interpretative. Questo inarrestabile processo di decadenza sembra abbia messo in crisi anche l’Estetica che nata nel Settecento come disciplina classica della critica al bello, si è dovuta ristrutturare, alla ricerca di una nuova identità più aderente a ciò che rappresenta l’oggetto del proprio interesse, riorganizzandosi intorno a quella che oggi si usa definire Filosofia dell’Arte. […]
Con la crisi dell’arte, il luogo comune secondo il quale il bello è una faccenda di gusto sembrerebbe infine diventato realtà, aprendo così le porte al detto popolare il cui ritornello-alibi-per-ogni-efferatezza-estetica recita: “Non è bello ciò che bello, ma è bello ciò che piace”, rischiando di far regredire a un livello di pelosa saggezza nazional-popolare la riflessione culturale intorno al gusto, ovvero al buon gusto, inteso come premessa e strumento per formulare un credibile giudizio estetico. Anche se poi il detto popolare sembra trovare riscatto nell’affermazione di un dotto filoso come David Hume che nei Saggi di Estetica scrive: “La bellezza delle cose esiste nella mente che le contempla”, avallando pertanto la tesi popolare che la valutazione del bello sia cosa prevalentemente soggettiva.
Di parere opposto sembra essere invece Giacomo Leopardi, il quale nello Zibaldone scrive: “La convenienza al suo fine è quello in cui consiste la bellezza di tutte le cose”, affermazione con la quale Leopardi, poeta ma anche grande pensatore, si qualifica a tutti gli effetti come un convinto protofunzionalista, vero e proprio seguace ante litteram della Gestaltungtheorie di matrice ulmiana.
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Quando il bello perde le proprie caratteristiche di misurabilità oggettiva, rifugiandosi nell’idea di un gusto connesso alla capacità tutta individuale di sentire, cerca di erigere dimora all’ombra di una sensibilità che, pur soggettiva, arrivi però a essere così largamente diffusa da individuare un territorio di omogenea “educazione estetica”, all’interno del quale si possono ipotizzare livelli omogenei di gusto. Questo è diventato, tanto ovviamente quanto irrimediabilmente, il campo di lavoro e di intervento della pubblicità, strumento della promozione di un’estetica democratica surrettiziamente diffusa come gratuita e disinteressata elargizione di un’educazione estetica capace addirittura di favorire la formulazione, in ciascun individuo-consumatore, di un’estetica individuale spesso percepita e vissuta, illusoriamente, come “libera”.
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Con la fine del Settecento finiscono un certo mondo e un certo ordine e con la loro fine va in crisi anche il ruolo del gusto che, per di più, cessa di fungere da idea costitutiva dell’estetica.
Dopo le vicissitudini ideologiche, sociali e politiche intervenute nel Novecento, “Il gusto non è più la facoltà di una cerchia ristretta, che lo costruisce e lo utilizza, bensì un insieme di fenomeni in virtù dei quali, di fronte all’opera, e al piacere estetico, il sentire non può astrattamente separarsi da quelle consapevolezze teoriche che la scuola di Francoforte, e in prima istanza Marcuse, ritengono avvio di una visione ′critica′, critica ideologica e politica che coinvolge anzitutto la realtà e la struttura sociale”. Elio Franzini, La decostruzione del gusto, saggio compreso ne Il gusto - Storia di un’idea estetica, a cura di Luigi Russo, Aesthetica Edizioni, 2000.
Questa crisi del gusto potrebbe forse risolversi se riconoscessimo al design la capacità di rappresentare esso stesso una risposta adeguata a quella che Baudrillard ha chiamato “l’illusione radicale”. Jean Baudrillard, Illusion, désillusion esthétiques, Sens e Tonka, Paris, 1997.
Il design ha, in effetti, quasi completamente ereditato dall’ormai caotico e babilonico mondo dell’arte l’onere di provvedere all’elaborazione di quei paradigmi essenziali, in ogni tempo,per la formulazione dei giudizi estetici. Giudizi che oggi guardano infatti, soprattutto, all’universo dei manufatti industriali prodotti secondo logiche progettuali ispirate e guidate dalla nuova disciplina, dal design appunto.
Si riuscirebbe forse in tal modo a ritrovare, come è stato scritto, “la capacità di collegare le forme all’interno di una modalità rappresentativa che sia, in primo luogo, al di là degli infiniti discorsi deboli, debolisti, decostruttivi o postmoderni, l’afferramento della matrice di apparizione delle cose, dove, semplicemente, esse declinano la loro presenza, ′in forme multiple, moltiplicate secondo lo spettro delle metamorfosi′” . Elio Franzini, op.cit.
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Scomparsa l’arte, ovvero scomparsa con la fine del Settecento la monolitica omogeneità dell’arte classica che, come valore prevalentemente oggettivo, si offriva alle valutazioni di un gusto prevalentemente soggettivo, il giudizio estetico non riesce più a declinarsi in modo tale da seguire e giudicare tutte le infinite diramazioni dell’arte moderna, che domina oggi la scena. Un’arte totalmente in balìa dell’individualità dell’artista e pertanto diventata prevalentemente soggettiva, ma di una soggettività che esprime il punto di vista di colui che dell’arte è il produttore, l’artefice; un’arte quindi che, forse proprio per questo, mal si presta al giudizio estetico di un fruitore animato anch’esso da un gusto prevalentemente soggettivo.
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All’interno del mondo delle merci nel quale viviamo, assimilabile a una Foresta Artificiale, il gusto può finalmente essere considerato alla stregua di una “estetica d’uso” il cui valore non può comunque prescindere dall’autorevolezza della persona o del gruppo o ancora dell’istituzione o dell’ente da cui il giudizio estetico promana. In questo senso il gusto è certamente da intendersi come esercizio, se non proprio individuale, certamente soggettivo.
Va osservato però che il gusto non è soltanto patrimonio delle persone ma anche delle cose, di quelle cose alle quali la storia ha conferito una collocazione simbolica e un’aura. Se ne può desumere che, come a una persona “di gusto” si può attribuire titolo per conferire patente di qualità estetica agli oggetti da lei indicati e prescelti, analogamente si debba convenire che il possesso di taluni oggetti, che si è sancito essere “di gusto”, possa contribuire a far apparire una persona altrimenti normale come un maestro di buon gusto.
Per quanto riguarda il giudizio relativo a qualunque prodotto di design in particolare, la valutazione e l’apprezzamento dovrebbero essere formulati sulla scorta di un gusto capace di non limitarsi a esprimere esclusivamente un “giudizio estetico”. Perché il giudizio circa la qualità di un prodotto di design dovrebbe ruotare intorno a diversi elementi capaci di leggere e interpretare, oltre alla gradevolezza estetica, anche l’efficienza funzionale, l’efficacia prestazionale e, soprattutto, il grado di innovazione che l’oggetto stesso presenta.
L’innovazione deve esserci, anche se si accetta che essa possa essere di materiale o di processo, formale o funzionale, prestazionale o d’uso; in ogni modo deve essere cosa certa e comprovata. Senza innovazione non ci può essere buon design, e pertanto essa deve essere vera e reale e non può essere supposta, perché senza innovazione il design si riduce a maniera
L’innovazione, dicevo, non può essere supposta. Supposta.
Ma che cosa c’entra supposta? C’entra, c’entra.
Anche se ho l’impressione che mi stia succedendo quello che succede al Barney di Richler, il quale, prima di piombare nei meandri dell’Alzheimer, si sorprende della curiosa deriva che sempre più spesso prendono i suoi pensieri, che vagano come fossero portati a spasso dalla continua e imprevista irruzione di associazioni mentali apparentemente devianti: intendevo occuparmi di design e invece mi ritrovo con una supposta non proprio tra le mani, piuttosto tra le righe.
E dire che dopo oltre dieci anni spesi nell’industria farmaceutica tra compresse, capsule, pillole, fiale e, per l’appunto, supposte per non morire di noia e di disperazione decisi di fuggire e caddi, fortunatamente spinto da buone letture, folgorato sulla via di damasco da un saggio di Umberto Eco che mi gettò nelle braccia del design.
E però, proprio riflettendo intorno alle caratteristiche di quella forma medicamentosa, la cui somministrazione presenta un’elevata efficacia terapeutica in particolare i tipi di affezioni, e la cui assunzione va fatta secondo modalità che, da ragazzini alla ricerca delle ambiguità, del linguaggio, ci portavano, sorridendo, a bollarla di “bassa insinuazione”, sono andato sviluppando i prodromi di una nuova critica sarcastica del design, sviluppata a partire da alcune riflessioni intorno all’abuso di progetti ispirati a quella che si potrebbe definire “estetica della supposta”.
Una dottrina tanto volgare quanto diffusa, alla quale fanno riferimento tutti quei (numerosissimi) designer afflitti da desiderio di prestigio e di successo economico con caratteristiche di urgenza; un’urgenza che prende le forme di una vera e propria sindrome che divora, al punto da indurre a subordinare totalmente le scelte professionali al dio denaro, abbracciando senza pudore i falsi principi di un falso design.
Una critica del design condotta alla luce dell’estetica della supposta non può che partire da alcune elementari osservazioni relative a questa particolare modalità di somministrazione dei farmaci, alla sua forma e alla sua sostanza. La supposta è generalmente costituita da una parte inerte definita “eccipiente”, la quale è priva di ogni efficacia terapeutica, ma che però consente non solo di plasmarne la tipica forma a obice, ma anche di deludere al suo interno prima, e di veicolare all’interno del corpo umano poi, quello che in farmacologia si definisce “principio attivo”. L’eccipiente rappresentata il 99%, o anche più, sia del peso che del volume di una supposta, mentre il principio attivo rappresenta soltanto una parte infinitamente piccola in peso e in volume, l’unica però avente, presumibilmente e auspicabilmente, una qualche efficacia terapeutica.
L’innovazione di una supposta, se c’è si trova e si manifesta nella qualità innovativa del principio attivo, non certo nella forma o nelle caratteristiche dell’eccipiente, che è comunemente a base di vaselina. Nelle supposte, quindi, l’innovazione non si vede ma si “sente”, anche se tutte le supposte sembrano uguali, perché è sempre uguale la sagoma a ogiva, assai diversa è la loro efficacia terapeutica.
Bisogna prendere atto del fatto che il paesaggio che ci circonda è diventato ormai, come dicevamo, una vera e propria Foresta Artificiale, che definisce non solo tanta parte del nostro di orizzonte di consumatori, ma anche quello ben più importante che ci spetterebbe in quanto fruitori culturali; e che, all’interno di questo nuovo contesto ambientale, le nostre scelte e i nostri comportamenti vengono influenzati e orientati anche dalle merci, in misura assai più grande di quello che normalmente siamo disposti a riconoscere.
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E allora ecco l’importanza di conoscere e di studiare l’estetica della supposta, onde imparare a difendersi dai perniciosi effetti tipo fata morgana che molto spesso presentano i prodotti progettati da quei designer che operano secondo i principi di questa particolare corrente estetica.
Ecco ancora l’importanza di saper riconoscere, tra i tanti prodotti in offerta, quelli da scartare, in quanto il loro design è limitato a interventi magari molto raffinati ma superficiali: intendo alludere a tutti quei prodotti dei quali il designer si è impegnato a progettare esclusivamente l’eccipiente, con il solo scopo di aumentare le vendite del prodotto facilitandone l’introduzione nel corpo sociale, ma senza curarsi di migliorarne effettivamente l’efficacia e le prestazioni e, soprattutto, senza preoccuparsi di arricchirlo di principio attivo, vale a dire di una qualche sia pur minima dose di innovazione.
Tutti, e soprattutto i distributori, che poi sono al tempo stesso anche consumatori, devono impegnarsi per riuscire a selezionare nella massa dei prodotti quelli che sono veramente portatori di innovazione, quelli che contengono un principio attivo e che spesso, proprio per questo, non vengono capiti facilmente. E questo purtroppo succede non soltanto nei rapporti tra uomini e merci, ma anche in quelli tra uomini e uomini.
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Coloro che puntano sul design dell’eccipiente si giustificano quasi sempre attribuendo al consumatore e al mercato in genere una cronica incapacità di accettare alcunché di veramente innovativo; ecco allora che ci si limita a progettare e produrre “quello che la gente chiede” cioè quello che la gente conosce, come se fosse possibile che la gente chiedesse ciò che non conosce.
All’interno di un mercato regolato dalla legge della domanda e dell’offerta, l’iniziativa non può essere a carico di colui che ha la responsabilità della produzione. Sicché il problema va ribaltato completamente, poiché occorre partire non già da “quello che la gente vuole”, bensì da “quello che la produzione offre”, dato che non tocca al consumatore o al distributore il compito di progettare nuovi prodotti, che è compito dell’industria.
È invece compito dei designer e dei produttori non solo progettare e produrre, ma anche fare entrambe le cose senza preoccuparsi esclusivamente di compiacere il consumatore, assecondandone le peggiori propensioni; loro compito è offrirgli prodotti di qualità, contribuendo in tal modo ad aiutarlo e a educarlo a riconoscere e preferire il meglio. Questo può essere fatto solo attraverso l’impegno costante alla qualità e all’innovazione; innovazione per migliorare facendo prodotti che forse il consumatore o il negoziante non capiranno e non accetteranno d’acchito, ma che in virtù dei loro valori di innovazione e design riusciranno, se opportunamente raccontati e spiegati, a migliorare la domanda, orientandola ed educandola con la forza maieutica presente in qualunque offerta e non soltanto supposta innovazione.
Per finire possiamo ancora un’ultima volta fare riferimento all’artificio scherzoso della supposta per augurarci che scompaiano dal mercato del mobile e dell’arredamento i prodotti “placebo”, quelli cioè fatti di solo eccipiente, che non fanno male ma non fanno neanche bene, che sono quasi sempre esageratamente cari nonostante siano totalmente privi di innovazione.
È auspicabile allora che in ogni prodotto di design italiano ci sia sempre almeno un poco di innovazione-principio attivo come nella supposta; magari non tanta, magari non troppa, ma abbastanza per tenere saldo il nostro primato, ancorandolo non solo all’accoppiata vincente dei valori economici ed estetici, ma anche a un forte e alto impegno a rispettare e includere nei prodotti di design irrinunciabili valori etici.
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Da "Lusso & Design" di Giovanni Cutolo
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NEL BLOG DIPINTO DI BLOG

<Non tocca al consumatore o al distributore il compito di progettare nuovi prodotti che è compito dell'industria. E' invece compito dei designer e dei produttori non solo progettare e produrre, ma anche fare entrambe le cose senza preoccuparsi esclusivamente di compiacere il consumatore, assecondandone le peggiori propensioni, loro compito è offrirgli un prodotto di qualità, contribuendo in tal modo ad aiutarlo e a educarlo a riconoscere e preferire il meglio>.
(Giovanni Cutolo, Lusso & Design)
Gli imprenditori italiani godono da tempo di un'invidiabile camera con vista sul declino, sorpresi dalla globalizzazione, oppressi dalla competitività dei mercati, spompati a forza di delocalizzare all'estero dopo avere litigato coi sindacati. E spiazzati come pirla dall'11 settembre. Una crisi che si scarica sul capitale umano creativo e sulla creatività, in particolare sull'italian style incartato tra produzione-spaghetti (caso emblematico nel cinema i western con Bud Spencer e Terence Hill) e innovazione. Tra il box office che ride e l'isitituto per il commercio estero che piange. Tra ciò che vuole la gente e <imposizione> del prodotto innovativo, all'interno di un rapporto di grande sofferenza e ambiguità tra domanda e offerta. Coi protezionisti che perpetuano lo scempio della ripetitività e della banalità gridando dagli all'untore cinese. E quindi col predomino della gastro-domanda. Coi fautori di <dazi> commerciali che pensano a respingere i nemici concorrenti facendogli pagare il pedaggio in un mondo senza frontiere. I neuro-scettici. Con l'umiliazione del made in Italy che dovrebbe invece sbancare i mercati internazionali imponendo l'opzione dell'offerta veramente innovativa nella moda e nel design. Ma il piccolo genio è giapponese, l'enfant terrible made in france. E noi? Restiamo senza parole (Vasco Rossi).
Il problema italiano oggi, nel villaggio globale Alpitour, è il black-out della creatività della minoranza soggiogata alle esigenze di mercato della maggioranza. La maggioranza creativa è western-spaghetti, va dove dove la porta il cuore, porta a porta, nel mulino bianco, sull'isola dei famosi, con le barzellette di Totti e il gelato al cioccolato di Pupo. Tutto è Beautiful. Massacrati da una deriva di senso maggioritaria scandita da una semantica pubblicitaria devastante e da un marketing che ti imbottisce di gadget, paghi uno compri due, provare per credere, alza-la- cornetta-mondialcasa- ti-aspetta, altrimenti vado col primo che incontro...
Invece <Il destino di una comunità _ ha scritto Arnold Toynbee, idealista liberale morto nel 1883 _dipende sempre da una minoranza creativa>.
CREATI-VI E CREATI-NI
In Italia, per innovare bisogna stare sempre in minoranza. Cioè il contrario della strategia totalizzante dorotea, quindi di estrazione politica dc e post-dc allargata poi alla cultura di potere trasversale dominante in Italia ieri (la dc ha dominato per oltre quarant'anni con annessi e connessi) come oggi. Una strategia secondo la quale per comandare in politica e in economia bisogna stare sempre in maggioranza. Chi innova in genere quindi, seguendo questo teorema, non comanda. Ma fa contro. Chi sta in maggioranza comanda e organizza il potere in modo da impedire che l'innovatore faccia qualcosa contro. Perché l'innovatore è una persona scomoda, un rompicoglioni, un ribelle. L'innovatore è un inventore che si contrappone al ratificatore, è uno che rompe gli stereotipi mentre l'altro si esalta nell'applicarli e nell'imporli al mercato. L'innovatore è un creati-vo, mentre il ratificatore è un creati-no. Chi innova sposa l'eccellenza, chi ratifica sposa la mediocrità.
Un film western-spaghetti è culturalmente creati-no e chi lo produce sta in maggioranza, perchè <sfama> la gente che vuole quel prodotto mediocre organico all'establishment.Quella gente è la maggioranza anche dei clienti. Le scazzottate di Bud e Terence sono un business assicurato per il botteghino. Perché è soprattutto qualcosa all'italiana come il matrimonio Loren-Mastroianni, la Fiat 500 e Mike Bongiorno. Marchi e personaggi <appetitosi> e redditizi subito. Campioni di incasso, manovratori di masse, gente di successo. E' il trionfo del bello senz'anima, cioè del quasi brutto. E bella per caso la Vespa? O la caffettiera Bialetti? Al di la del buon-gusto e del dis-gusto. Sono però marchi vincenti. Allegria! Ma sì: la vita è tutta un quiz: lascia o raddoppia? Rischiatutto e raddoppia. Anche il gioco televisivo di massa è creati-no all'italiana. Passaparola. Come sono all'italiana le grandi evasioni fiscali e le grandi truffe. Il marchio è doc: pacco e contropacco. E qualche capitano d'industria, dopo avere fregato i risparmiatori italiani, finisce nei guai. Ovviamente un pateracchio nostrano anzi strapaesano: non a caso uno come Callisto Tanzi ha mangiato le tagliatelle all'uovo in galera. Perchè dove c'è Barilla c'è casa circondariale.
Se in politica il doroteismo trasversale a tutti gli schieramenti ( il doroteismo è una forma mentis con ricaduta psicologica e comportamentale nelle relazioni pubbliche affaristiche) ha come obiettivo il consenso elettorale, in economia il doroteismo produttivo ha come obiettivo l'ideazione e la messa in commercio di merce creati-na immediatamente redditizia che ottenga <il più largo consenso>. Quindi, ad esempio, il libro-merce deve essere un best-seller, rispondere a criteri massificanti, l'editore deve esaltare precise logiche lucrose di mercato, fare soldi a palate e l'editoria deve <concentrarsi> industrialmente. La qualità e la ricerca? Optional pericolosi. Così, come direbbe André Schiffrin si può controllare la parola (Il controllo della parola, Bollati Boringhieri, 2006). E conseguentemente incidere sulla pluralità e sulla democrazia uccidendo in culla l'editore indipendente, le voci fuori dal coro. Molte delle quali sono di innovatori.
<C'è bisogno di piccoli e medi editori _scive Schiffrin_ quando i grandi sono troppo grandi. C'è bisogno di poter entrare in una libreria, grande, piccola, indipendente o di catena che sia, e compiere un acquisto con la ragionevole certezza che la scelta del libro da leggere l'abbiamo davvero fatta noi>. Invece quella che prevale è la logica delle posizioni dominanti, del dio-profitto che si aggancia alla logica del dio-denaro. Bisogna vendere e guadagnare. Ma subito. Moggi-Giraudo-Bettega docet: la triade vuole vincere subito il campionato di calcio o la coppa dei campioni. L'investimento non può essere a medio termine, la banca Mediolanum non a caso è costruita attorno a te. E ti controlla. Perchè se entri nel cerchio di Ennio Doris i soldi ti arrivano ma alle sue condizioni e della lobby politico-affaristica con la quale è in cordata. E' tutto intorno a te (e dai!) dice Megan Gale pubblicizzando il gestore di telefonini Vodafone. Tutto ormai è costruito attorno a te consumatore, dio del mercato. Dall'accensione del mutuo, al rotolo di carta igienica Regina, due chilometri di leggerezza per il tuo culo. Tu consumatore sei il target, il bersaglio. Per questo tutto deve essere costruito attorno o a te: anche il libro di Feletti minchia signor tenente e il festival di Sanremo . Anche l'articolo di giornale col direttore che dice al redattore <il nostro lettore vuole questo>. O l'imprenditore della scarpa che dice in riunione allo stilista <il nostro cliente vuole questa linea>. O ancora il produttore cinematografico di western che dice al regista <il nostro pubblico vuole spaghetti>. In realtà nel campo editorale il lettore lo fai tu, il lettore è generato dalla tua proposta intellettuale (Umberto Eco, Lector in fabula, Bompiani 1979). E la stessa cosa deve valere per tutti settori produttivi, per tutte le merci: il cliente lo fai tu, i cliente è generato dalla tua proposta innovativa. Invece sono le spaghetti-produzioni il simbolo di questa italia declinante e non competitiva, con le icone nazionali dal significato esistenziale in picchiata. Li <magnava> Nando Moriconi l'americano fallito alias Alberto Sordi e si continua a divorarli oggi. In tutte le salse. In cinquant'anni non è cambiato nulla. Roma ladrona, capoccia e magnona. Roma non fa' la stupida stasera. Sordi genera Verdone, Verdone genera Muccino . L'italia sì, Italia no se famo du spaghi, ha bisogno di coppie, per riprodurre e faxare in eterno se stessa, per non cambiare mai .E' la simil-Italia. Pataccara e biscardiana. Perchè bisogna trovare un'altra Loren o un altro Fellini. Si cerca il nuovo Montanelli o il nuovo De Gasperi. Si cerca sempre quello che assomiglia, non uno che si propone come qualcosa di nuovo. Non ci servono mettiamo un Altman o uno Spielberg. O uno Zapatero. O un Blair. Sono fuori archetipo, fuori stereotipo. Il nostro cliente vuole un'evoluzione della specie culturale, politica imprenditoriale rassicurante. Abituato al paternalismo politico chiede consolazione e sicurezza dai soliti noti, gli va benissimo Berlusconi contro Prodi per sempre. Pippo Franco e la Lecciso. Sbava per le veline e le letterine. Perché ha paura di abbandonare la strada vecchia per una infostrada nuova. Questo cliente riesce ad addomesticare anche internet. Dalla music-farm-Italia ritorna di tutto e di più. Nostalgia canaglia. E' il solito ritornello, scaricato dal web o masterizzato. Volare oh,oh...nel blog dipinto di blog. Per questo compra il digitale terreste, installa la parabola e fa aumentare il pil oltre che il divedendo di Mediaset. Fruisce la De Filippi e Marzullo. Si isola coi famosi. Così le case sono piene di mobili, quadri, divani, lampade, pentole, materassi delle televendite. Sono stracolme di paccottiglia-design. Telefona subito, senza impegno. Soddisfatti o rimborsati. Sulle tavole si consumano le ricette di Vissani e la maionese cola in Rai dalle tette di Antonella Clerici. Ma dicono l'industriale, il manager, il direttore di giornale, il responsabile di rete:<Il nostro cliente vuole questo>. Se il consumatore vuole spazzatura, diamogliela. Tv e cinema spazzatura. Giornali e libri spazzatura. Se il cliente vuole il kitsch e il trash, diamoglielo a piene mani senza un approccio critico sottoforma di scarpe, jeans, sedie, mobili. Mettiamoci anche la maglietta di Baglioni, quella fina che fa immaginare tutto. Ristrutturiamo, restauriamo, recuperiamo alla cazzo di cane impegnando gli architetti nella conservazione del brutto. Purchè sia tutto immeditamente redditizio. Come natura crea, Cirio conserva. Per la gioia dei creati-ni. Alla faccia dei creati-vi innovatori. Chi fa moda, mobili, arrredamento, si affida a un design che inventa merce rispondente a logiche mercantili di largo consumo. Così è il consumatore a <pilotare> la mano del designer o dell'architetto verso intuizioni standardizzate, di massima fruibilità, <sempre più appetibili _ come scrive Cutolo _ perchè il progettista ha saputo, voluto o potuto dare forma soltanto all'incipiente>. L'arte e il design sono borderline tra tecnocrazia e consumismo con una ricaduta oscillante sul gusto ( Gillo Dorfles, Le oscillazioni del gusto). Ma se la facility ammazza la novelty le due costanti alla base della comprensione dell'opera d'arte e degli oggetti creativi, a trionfare è il prodotto scadente, il pret -a- porter che gonfia e sgonfia il lavoro nero dei laboratori alla periferia dell'impero. Esaltando le indagini di mercato, facendo così solo quello che vuole il consumatore.
LA POLTRONA DI DARWIN
Fallito. Bollito. Praticamente un rottame. Ma sempre in sella. Eternamente al timone. Eppure il Devoto -Oli è chiaro: fallito dicesi di persona che non ha visto realizzare nessuna delle sue aspirazioni. E se uno non realizza deve sparire. Deve andare a casa. In politica come in economia. Deve uscire dal mercato. Purtroppo però in Italia e in Europa fallire commercialmente è un disonore. Un'onta morale. Così il nostro eroe fa di tutto per evitare la bancarotta e l'uscita di scena. Vuole salvarsi. Salviamo l'Alitalia che sta salassando le tasche degli italiani, salviamo l'imprenditore che sta truffando migliaia di risparmiatori. Salviamo il politico trovato con le mani nella marmellata. Salviamo tutti. Una grande, mostruosa amnistia basata sull'indulgenza plenaria fa da tappo al ricambio della classe dirigente e al cambiamento su basi innovative. Siamo santi, navigatori, poeti e soprattutto <salvatori>. Salvatori che non amano la concorrenza. Mai come in questo caso la concezione paternalistica della politica, ha un valenza culturale totalizzante che si scarica sulla concezione familistica dell'impresa. Un'impresa che non muore mai. Crolla il muro di Berlino, si disintegrano le Torri Gemelle, la guerra in Iraq tiene in scacco il mondo, ma i <nani> di confindustria si passano generazionalmente il timone come se niente fosse. Tali i padri, tal i figli, una catena di Sant'Antonio a prova di manager esterni (il salvaimprenditori prevede di privilegiare la fedeltà e il leccaculismo dei quadri alla qualità, quindi viva clientelismo e nepotismo e abbasso i cacciatori di teste). La famiglia si identifica con l'impresa immortale. Fin che la barca va, lasciala andare. Anche alla deriva. Ma resistendo al timone. Resistere, resistere, resistere. Oltre la concorrenza darwiniana. Trovando sempre protettori e padrini. Facendo inceppare il meccanismo di entrata e uscita dal mercato, bloccando la <distruzione che crea>. Questo imprenditore immortale non competitivo è incapace di innovare e di migliorare. Perché solo un meccanismo entrata-uscita dal mercato genera competizione e innovazione. La creatività italiana, il genio, l'eccellenza sconta questa logica conservatrice e ingessata. Soprattutto l'italian design piange, quello non allineato ai prodotti placebo (come li definisce Cutolo) merce costosa e totalmente priva di innovazione. Invece bisognerebbe distruggere per creare, come suggerisce Darwin. Tradotto in termini culturali ed estetici: meglio rompere che conservare. Tradotto in termini etici: se un imprenditore fallisce non deve restare sul mercato. Invece, dopo aver fatto una guerra, il boom anni '60, la rivoluzione del '68 e Tangentopoli , comandano sempre gli stessi. E producono, vendono e soprattutto svendono. In tv vedi sempre le stesse facce. La stessa compagnia di giro. Popolata di Bri-attori e comparse. Tutti salvi. Perfino i sessantottini. Venduti e Venditti: si sono salvati dal fumo delle barricate e sono entrati in banca (e Mediaset) pure loro. In questo grande, orripilante blob economico dove oggi si scontrano liberisti marinettiani e statalisti rigorosi , chi inventerà la bici Graziella? O lancerà sul mercato dei liquori il Cynarone? Gli inventori si propongono, gli uffici brevetti spalano idee. Ma la lampada del genio spiazzante, imprevedibile, non schierata, si accende poco. Ci vorrebbe magari una poltrona tipo Darwin, prodotta da un'impresa del nordest fallita tre volte (negli Usa quasi tutti i giovani imprenditori di Internet negli anni novanta sono falliti più volte col risultato di un decennio di crescita, mentre in Italia dove i fallimenti sono pochissimi l'economia da 15 enni cresce meno di una media europea già stitica). Eppur si muove. Qualcosa. La Cina nel piano 2006-2010 investirà 75miliardi di dollari per la ricerca e lo sviluppo pari al 2.,5 % del pil, mentre l'Italia tiene botta investendo oggi 13 miliardi di euro, cioè quattro volte di meno. I cinesi inoltre riporteranno in patria tutti i cervelli che attualmente lavorano negli Usa. Ma l'ottimismo è d'obbligo, contro le cassandre. Nonostante il bombardamento delle statistiche di bankitalia e di vari osservatori economici. E del pessimismo critico della stampa estera. A Rabagliati se potessi avere mille lire al mese, risponde Povia con vorrei avere il becco (d'un quattrino). E un posto di lavoro a tempo indeterminato. Non si corre, ma almeno di va avanti o indietro come i gamberi per forza d'inerzia. Ballando sotto le stelle o sotto la pioggia. E tutta questione di scarpe. Anche se il risveglio potrebbe essere brusco. Quasi da incubo. E' bello camminare in una Valleverde. Finchè non pesti una merda.
Giuliano Ramazzina |